La saggezza popolare li santifica assimilandoli alle anime dei cari estinti. 
Nella cultura cristiana, i rettili sono stati invece associati più spesso a Satana e alla malvagità del peccato. Secondo la Bibbia le sciagure umane derivano dall’opera di un serpente tentatore e la Chiesa cattolica, per rappresentare il diavolo sconfitto, pose serpenti trafitti o schiacciati ai piedi delle statue di Madonne e di santi (come San Patrizio che li scacciò dall’Irlanda o Sant’Umberto che proteggeva dai morsi di cane e di serpente).

Essere considerati incarnazione del Male non ha giovato alla reputazione di questi animali timidi e schivi. Ma gli esseri umani, anche quelli che ignorano i retaggi cultural-religiosi, hanno un’atavica paura dei serpenti, di tutti. Molto democraticamente non discriminiamo fra grandi, piccoli, neri, colorati, pericolosi e innocui, abbiamo paura persino di orbettini e luscengole che non sono ofidi (serpenti) ma sono sauri (lucertole) senza zampe i primi e con zampe atrofizzate le seconde. Si chiama ofidofobia e la condividiamo con tutte le altre scimmie. E che sia una paura innata sembrano dimostrarlo anche i macachi (Macaca rhesus) allevati in cattività: i professori di psicologia clinica della Northwestern University, Susan Mineka e Michael Cook hanno mostrato a scimmie allevate in laboratorio videoregistrazioni di altre scimmie che reagivano alla vista di un serpente; l’esperimento è stato compiuto dopo aver effettuato montaggi video in modo da far sembrare che le scimmie filmate a volte mostravano paura nei confronti dei serpenti, a volte nei confronti dei fiori. I macachi allevati in laboratorio imparavano ad avere paura dei serpenti, ma non dei fiori. Sembra dunque che le scimmie imparino selettivamente ad associare oggetti che sembrano serpenti con le risposte di paura esibite da altri membri della propria specie.
[MINEKA, S., COOK, M. (1988) Social leaming and the acquisition of snake fear in monkeys. In Social learning: psychological and biological perspectives, a c. di Zentall T.R., Galef B.G. Jr., Hillsdale, Lawrence Erlbaum Associates, pp. 3-28.].
Non lo conosco ma ne ho paura
Non posso dire con certezza assoluta qual è il motivo di questa paura ancestrale ma suppongo sia frutto di un adattamento che si è dimostrato vantaggioso dai tempi in cui le scimmie nostre antenate vivevano nelle savane e, soprattutto, fra gli alberi delle foreste africane. La paura di ciò che striscia le salvava dal morso di un ofide velenoso e dal diventare preda dei grossi serpenti stritolatori. Paura ormai inutile, ma che molti si portano addosso ancor oggi che ci crediamo gli esseri più evoluti e intelligenti di un pianeta che ci illudiamo di dominare – e dal quale ci stiamo eliminando proprio perché seguiamo ancora le nostre pulsioni ancestrali. Ho conosciuto persone che si sono sentite offese quando ho affermato che siamo scimmie o, peggio ancora, animali; eppure subito dopo hanno urlato di terrore alla vista di un geco su un muro esterno di casa, intento ad tendere agguati alle falene attratte da una lampada. Si, siamo più sofisticati grazie alla razionalità e alle facoltà intellettive superiori, ma i nostri impulsi primitivi e le nostre origini evolutive non scompaiono semplicemente perché ogni giorno smanettiamo sullo smartphone o guardiamo film in streaming.
Secondo uno studio americano, quella per i serpenti è al secondo posto fra le paure degli uomini verso animali. Il primo posto lo detiene l’aracnofobia, la paura per i ragni: ne soffre il 30% della popolazione americana mentre di ofidofobia ne soffre circa il 22% e al terzo posto c’è quella per i cani – cinofobia – con il 13% di persone che vanno in panico in presenza dell’«amico dell’uomo».
Uno studio pubblicato su Anthrozoös porta a risultati che supportano l’ipotesi che l’avversione umana per i serpenti possa essere innata nella nostra memoria biologica e solo in parte anche culturale, cioè deriva anche da pregiudizi che ci vengono insegnati dall’infanzia. Lo studio svolto su un campione di 175 persone di età dai 7 ai 76 anni ha messo in evidenza, tra l’altro, che il pregiudizio è più forte fra gli adulti (genitori) che tra i bambini. Ma quello che risulta chiaramente dal test è la presenza di pregiudizi subconsci verso i serpenti.
[Audrey K. Vaughn, M. Nils Peterson, William R. Casola, Kathryn T. Stevenson & Lara B. Pacifici (2022) Using the Implicit Association Test to Evaluate Subconscious Attitudes Toward Snakes, Anthrozoös, 35:2, 293-306, DOI: 10.1080/08927936.2021.1986261]
Potremmo e dovremmo perciò allenare la nostra parte razionale, quella che ci eleva al rango di esseri al di sopra degli istinti animali, per abbandonare questo inutile atteggiamento di repulsione/terrore verso animali che, almeno in Italia, sono pressoché innocui.

Quante volte avete sentito dire da qualcuno: “HO VISTO UNA VIPERA!” con voce tremante se l’ha vista pochi minuti prima o con un atteggiamento da coraggioso eroe se il fatto è avvenuto tempo fa. E molto probabilmente avrà aggiunto che era lunga 2,3, o anche 5 metri, ma sappiamo che la paura aumenta ai nostri occhi le dimensioni di ciò che ci spaventa. Sicuramente si racconta di averla incontrata molte più volte di quanto capita realmente per almeno due motivi: Il principale è l’ofidofobia che ci fa subito credere di avere di fronte il serpente più pericoloso. L’altro motivo è di carattere etologico: molti serpenti innocui imitano effettivamente i disegni e le colorazioni delle vipere per mimetismo batesiano (un tipo di mimetismo fanerico che consiste nel somigliare ai “cattivi” per spaventare i nemici). In particolare molte persone, prese dalla paura o semplicemente per scarsa conoscenza, scambiano spesso l’innocua e più lunga «biscia dal collare» (Natrix natrix) per una vipera .

La conosco e mi passa la paura
Imparare a riconoscerle può aiutarci a difenderci meglio e rispettarle ma anche a difenderle dalle nostre reazioni esagerate e spesso letali per loro.
I serpenti italiani appartengono a due famiglie; Viperidae (vipere) e Colubridae (biacchi, cervoni, saettoni e bisce, queste ultime appartenenti alla sottofamiglia Natricinae).
Anche se sulla carta è facile distinguere le vipere dagli altri serpenti non è facilissimo farlo in natura perché di solito sono nascoste o seminascoste e non si metteranno in posa per farci vedere le loro caratteristiche morfologiche. Inoltre le vipere presentano una notevole variabilità di pigmentazione del corpo che contribuisce ad aumentare le difficoltà di una corretta identificazione. Ma vale la pena imparare a riconoscerne i caratteri distintivi, almeno uno dei sei elencati sarà visibile e potrà aiutarci a distinguerle dagli altri serpenti italiani:
- lunghezza che non supera il metro – i colubri possono superare anche i due metri;
- corpo tozzo con
- coda corta e tronca – gli altri serpenti hanno coda sinuosa e allungata.
- La testa piuttosto appiattita e con piccole squame, possiede una caratteristica forma appuntita, triangolare o “a losanga” ed è ben distinta dal collo; l’estremità del muso è rivolta all’insù. Tra occhio e bocca sono situate delle scaglie poste su più file – Gli altri serpenti hanno una testa a ovale con grosse placche regolari e non c’è discontinuità fra testa e corpo (non hanno un “collo” netto);
- le pupille sono schiacciate e verticali, a “fessura” – anziché rotonde;
- andatura lenta e goffa – i serpenti non velenosi sono molto più veloci e nervosi nei loro movimenti.

Altri caratteri distintivi ma non subito evidenti allo sguardo:
- Sono solenoglifi, che significa che hanno ossa mascellari corte ed erigibili, armate ciascuna da un solo dente velenifero tubolare che si piega all’indietro quando la bocca è chiusa, evitando così di ferire la mascella inferiore.
Con il termine “solenoglifo” si indicano anche le famiglie dei Viperidi e dei Crotalidi;. Gli altri serpenti sono, in base ai denti, opistoglifi, proteroglifi e aglifi.
I due grossi denti veleniferi molto appuntiti sono dotati di scanalature che permettono al veleno di uscire e penetrare nei tessuti della vittima; la vipera può decidere se iniettare il veleno contraendo i muscoli associati alle ghiandole velenifere collegate alle scanalature.
- sono predatori passivi: se ne stanno ferme in agguato e uccidono le prede mordendole e attendendo che il veleno agisca. I colubri invece sono predatori attivi, uccidono le prede per stritolamento dopo averle rincorse e catturate.

- Sono vivipare, partoriscono dai 5 ai 15 piccoli già usciti dalle uova, subito attivi e dotati di veleno. I colubri sono ovipari, depongono 10-20 uova che si schiudono dopo 2 mesi circa. “Vipera” è una parola di origine latina e verosimilmente è un’aplologia (una contrazione) di “vivipera“.
Le vipere possono essere considerate gli unici vertebrati importanti dal punto di vista della velenosità, che possiamo incontrare in Italia – come fa notare. nel commento del 7 luglio 2022 in fondo a questo articolo, il dottor Mauro Mura – Amministratore ed Esperto in Zoologia del gruppo Facebook “Regno Animalia – Identificazioni e discussioni“, sono velenosi, ma con rilevanza medica trascurabile, altri cinque animali italiani: il toporagno d’acqua euroasiatico (Neomys fodiens,Pennant, 1771), che rientra fra le prede delle vipere, ed altre 4 specie di serpenti: i colubri lacertini (Malpolon monspessulanus, Hermann, 1804) e (Malpolon insignitus, Geoffroy Saint-Hilaire, 1827) della famiglia Lamprophiidae e il colubro dal cappuccio (Macroprotodon cucullatus, Geoffroy de St-Hilaire, 1827) e il serpente gatto europeo (Telescopus fallax, Fleischmann, 1831),della famiglia Colubridae. Il Telescopus fallax ha i denti situati posteriormente e non ha la capacità di iniettare il veleno all’uomo; gli altri tre serpenti e il toporagno hanno veleni poco tossici per gli umani, i loro morsi sono quasi sempre innocui per noi e non subiremmo nient’altro che arrossamento e gonfiore della cute.
Nel nostro Paese si contano 4 (o 5) specie di vipere – nel commento del dr. Mauro Mura potete trovare un’immagine che illustra specie, sottospecie e rispettivi areali di distribuzione: la vipera comune, il marasso, la vipera dal corno, la vipera dell’Orsini e la vipera dei Walser (che è praticamente indistinguibile dal marasso).
| Dominio Eukaryota Regno Animalia Phylum Chordata Classe Reptilia Ordine Squamata | Sottordine Serpentes (Ophidia) Famiglia Viperidae Sottofamiglia Viperinae Genere Vipera Specie V. aspis, V. berus, v. ammodites, V. ursinii, V. walser |

Vipera comune (Vipera aspis, Linnaeus, 1758)
É la meno velenosa dopo la vipera dell’Orsini ed è diffusa in tutta Italia esclusa la Sardegna, dove non c’è nessuna specie di vipera. É possibile incontrarla sia in pianura che nelle zone montuose, nelle macchie mediterranee e nei boschi dal livello del mare fino ai 3000 m (Alpi). É lunga dai 50 ai 94 cm e solo eccezionalmente si trovano femmine poco più lunghe, ma che non arrivano al metro. L’apice del muso è più o meno ricurvo verso l’alto; le squame del capo sono di norma piccole e irregolari con due serie fra il bordo inferiore dell’occhio e le sopralabiali. La colorazione della livrea la aiuta a mimetizzarsi con l’ambiente: le parti superiori possono essere nere, brune, grigie, marroncine o rossastre con barre trasversali o macchie circolari nella regione medio-dorsale. La livrea dei maschi è più marcata rispetto a quella delle femmine.
Le caratteristiche piastre trasversali sotto il ventre e i due ordini di mezze piastre sotto la coda potrebbero spiegare il nome della specie: “aspis“, parola greca che significa “scudo“.
Gli accoppiamenti avvengono tra la fine di marzo e l’inizio di aprile. I piccoli nascono tra agosto e settembre
In Basilicata, Calabria, Puglia e Sicilia si trova più frequentemente una sottospecie che non supera gli 80 cm, la vipera dell’Hugy (Vipera aspis hugyi, Schinz, 1833), esclusiva di queste regioni. Questa sottospecie è contraddistinta dall’apice del muso ricurvo all’insù, con una colorazione delle parti superiori generalmente bruno-fulvo chiaro o, in alcuni esemplari, grigiastra. Esistono, individui melanici (completamente di colore nero) o melanotici (nerastri, dove il nero prevale ma vi è presenza di un altro colore). L’ornamentazione è sempre molto evidente, sia negli individui adulti che in quelli giovani, che sono molto simili agli adulti tranne che per la mancanza delle macchie scure cervicali. Il capo è triangolare, generalmente con macchie o barre scure e talvolta con una “V” rovesciata all’altezza della nuca. La banda dorsale è formata da una serie di ocelli in successione e asimmetrici, per circa 2/3 della lunghezza del corpo, il resto che segue, mostra due varianti: ocelli distinti tra loro oppure un tipico disegno a “zigzag” presente fino alla parte terminale, che solitamente è di colore giallo-verde chiaro. Evidenti sono anche le bande o macchie ventrali di colore scuro. Le parti inferiori si presentano grigio-rosate o chiare, fittamente punteggiate o macchiate di color nero o bruno.
La vipera di Redi (Vipera aspis francisciredi, Laurenti, 1768) è un’altra sottospecie .Così chiamata in onore del medico, naturalista e letterato italiano Francesco Redi. É presente nel centro e nord Italia e nell’isola d’Elba, oltre che in Croazia, Slovenia e Svizzera. Generalmente è di colore rosso mattone – grigiastro con corte barre trasversali nere, ma questa livrea può essere molto diversa tra gli individui. Raggiunge e talvolta supera i 60 cm.
Nelle zone di confine, situate sui rispettivi areali di distribuzione di Vipera aspis francisciredi e di Vipera aspis hugyi, sono state trovate popolazioni ibride.
Una terza sottospecie è la Vipera aspis aspis (Linnaeus, 1758) coincidente, secondo studi genetici (Ursenbacher et al. – 2006), con la vipera delle Alpi (Vipera aspis atra) diffusa nell’IItalia nordoccidentale e in Francia, Svizzera e Germania meridionale .
Marasso (Vipera berus, Linnaeus, 1758)
Presente nelle regioni dell’Italia settentrionale, esclusivo della zona alpina fino a 3.000 metri di quota, un tempo era presente anche nella pianura padana. É chiamato anche marasso palustre perché è la specie che frequenta maggiormente le zone paludose, i ruscelli, le anse dei fiumi. É la vipera più grande, gli adulti raggiungono i 70 cm ma eccezionalmente le femmine possono superare i 90 cm. Ha l’apice del muso piatto e squame frontali e parietali più grandi delle circostanti; ed ha una serie di squame fra il bordo inferiore dell’occhio e le sopralabiali. Le narici sono al centro delle placche nasali. Le parti superiori sono grigie nei maschi e bruno-rossastre nelle femmine con una vistosa fascia medio-dorsale scura a zigzag. Il nome specifico berus ha origine dal greco “béros” che vuol dire esatto, autentico.
I maschi raggiungono la maturità sessuale all’età di 4 anni, le femmine a 5 anni e partoriscono ogni 2 o 3 anni; i maschi perciò devono percorrere anche grandi distanze per trovare il maggior numero di femmine in grado di accoppiarsi . Durante la stagione degli amori, che dura alcune settimane e finisce alla fine di maggio, i marassi non mangiano. Le femmine partroriscono fra agosto e settembre; se la nascita avviene a basse altitudini, i neonati saranno circa di 10, se avviene in montagna sarà compreso tra 4 e 6.
Vipera dei Walser (Vipera walser, Ghielmi, Menegon, Marsden, Laddaga, Ursenbacher, 2016)
É stata scoperta agli inizi del 2016 ed è stata descritta sul Journal of zoological systematics and evolutionary research [Ghielmi, S., Menegon, M., Marsden, S. J., Laddaga, L. and Ursenbacher, S., A new vertebrate for Europe: the discovery of a range-restricted relict viper in the western Italian Alps, in Journal of Zoological Systematics and Evolutionary Research, vol. 54, 2016, pp. 161–173, DOI:10.1111/jzs.12138]
La specie è difficilmente distinguibile dal marasso (Vipera berus) dal quale può essere distinta solamente a un esame specialistico attraverso l’osservazione della disposizione delle placche craniali e tramite analisi genetiche.
Vive nelle Alpi occidentali, nell’alta Valsesia e nella zona di Biella dovve è conosciuta come “vipera dei rododendri“.
Il nome della specie fa riferimento ai Walser, popolazione di origine germanica presente nella zona del Monte Rosa fin dal tredicesimo secolo.
Vipera dal corno (Vipera ammodytes, Linnaeus, 1758))
É la più pericolosa delle vipere italiane ma è limitata alla zona del nord est: Friuli, Trentino e Veneto (Prealpi e Alpi venete), vive abitualmente in boscaglie, pietraie, lande carsiche e foreste apriche dal livello del mare fino ai 1.700 metri. Il suo nome deriva dalla caratteristica protuberanza ben visibile sul muso. In casi eccezionali il maschio può superare il metro di lunghezza ma in genere raggiunge gli 80-90 cm. Le parti superiori sono arancioni, grigie o brune. I maschi presentano di solito una barra scura che unisce l’occhio all’angolo della bocca – nelle femmine la barra è interrotta. Hanno anche una vistosa fascia scura a zigzag sulla regione medio-dorsale.
Le femmine si accoppiano ogni due anni, tra aprile e maggio. Le nascite avvengono tra agosto e settembre e i piccoli nati misurano tra i 15 e i 20 cm.
Il nome specifico deriva dal latino ammodyte(m) e/o dal greco ammodytes: ámmos ‘sabbia’ e dyein ‘penetrare’.
Vipera dell’Orsini (Vipera ursinii, (Bonaparte, 1835)
Il suo veleno, rispetto alle altre tre specie, è il meno potente; questa vipera si nutre principalmente di cavallette ed ha scarsa necessità di utilizzarlo; è quindi un serpente praticamente innocuo per gli uomini. Le altre tre specie si nutrono soprattutto di piccoli vertebrati e si servono del veleno per immobilizzarli e ucciderli. É la vipera più rara, il numero di esemplari di questa specie è in costante diminuzione. Vive nelle praterie montane, terrose, erbose e rocciose dai 1.400 ai 2.400 metri con pulvini di ginepro, ma soltanto in alcune zone dell’Appennino centrale, soprattutto Abruzzo Umbria e Marche, sul versante orientale del Gran Sasso; raramente è possibile incontrarla anche sui monti laziali (monti Sibillini). É la più piccola delle vipere italiane e difficilmente supera i 50 cm.
Ha l’apice del muso piatto con placche frontali e sopraoculari più grandi delle circostanti. Le narici sono nella parte inferiore delle placche nasali. Le parti superiori sono bruno giallastre o bruno grigiastre, più chiare sui fianchi e con una fascia scura a zigzag lungo la regione medio-dorsale.
I maschi combattono per le femmine durante il periodo degli accoppiamenti che avvengono solitamente a maggio, e le femmine partoriscono 2-5 figli in agosto o settembre.
Meno pericolose delle, vespe, delle sigarette e degli incidenti.
Sulla base di quanto fin qui esposto possiamo permetterci di criticare chi ha paura delle “terrificanti e micidiali vipere assassine”? Si, possiamo e anzi dobbiamo farlo! E soprattutto dobbiamo aiutarli capire che la vipera non ha interesse ad uccidere né loro, né i loro familiari, né i loro animali domestici a patto che siano lasciate in pace. Questo serpente è meno pericoloso per l’uomo di quanto si creda: come vedremo più avanti, anche se gli effetti sugli adulti possono essere spesso molto seri il suo veleno può essere letale, se non curati in tempo, solo per animali delle dimensioni di un cane, per bambini e anziani e per persone con allergie e patologie soprattutto cardiovascolari, che si trovassero per stupida volontà o per fatale errore ad impedirne la fuga e costringerle a difendersi.
Il morso è doloroso ma non sempre inietta veleno perché produrlo costa energia e quindi cercano di risparmiarlo, In almeno il 30 per cento dei casi il morso è “secco” (dry bite). Quando viene iniettato è comunque una quantità molto inferiore alla dose letale per un adulto in buona salute, perfino se fosse il morso di un marasso, la più grande delle quattro specie italiane.
Ci sono studi che dicono che in Italia, morirebbero dalle 70.000 alle 83.000 persone l’anno a causa degli effetti del fumo di sigaretta mentre gli incidenti stradali ne uccidono oltre 3.000 all’anno (9 morti al giorno). Sempre in Italia avvengono ogni anno cinque milioni di punture di imenotteri (api, vespe, calabroni) con 10-20 casi letali per reazioni allergiche; invece avviene una media di 257 morsi di vipera all’anno, nessuno o quasi letale (In Europa ne avvengono dai 15.000 ai 20.000 di cui circa 50 risultano letali). Secondo la dottoressa Franca Davanzo, direttore del centro antiveleni dell’Ospedale Niguarda di Milano, nel nostro Paese è avvenuto, qualche anno fa, un solo caso di morte che si sospetta dovuto a più morsi di vipera sullo stessa vittima.
Bene, dopo queste informazioni sappiamo che non è il caso di farci sopraffare dal terrore di incappare in quest’animale che ha un sistema di difesa che non ispira certo simpatia ma che preferirebbe non usare.
Le vipere vivono di preferenza nelle zone ben assolate e ricche di vegetazione: boscaglie, arbusteti, zone rocciose, pietraie. La temperatura ideale va dai 15 ai 35 gradi; in estate, nelle ore più calde, stanno al riparo tra la vegetazione, mentre sono più attive al mattino e di sera. Con temperature più fresche, in primavera e autunno, si espongono più a lungo al sole. In questi periodi è più elevata la possibilità di incontrarle, perché sono più lente e non sempre si allontanano spontaneamente.

Tutti gli animali selvatici italiani tendono ad evitarci, ma anche noi, del resto, grazie all’istintiva diffidenza per i serpenti, ci teniamo a distanza da qualsiasi rettile non riconosciuto come innocuo, e, se utilizziamo la nostra componente razionale ci basterà semplicemente evitare di disturbare ogni serpente che sia più corto del metro.
Inoltre abbiamo visto che le vipere, essendo ottimi predatori passivi ,non si spostano molto. Per cacciare aspettano che la preda si avvicini il più possibile rimanendo immobili appiattite al terreno per scattare fulmineamente, morderla e iniettarle il veleno. Se vedete un serpente che se ne va in giro, rilassatevi ed evitate di gridare “HO VISTO UNA VIPERA!”; non è escluso che lo sia, ma prima di esserne certi guardate bene l’animale tenendovi a distanza di sicurezza.
Gli erpetologi sono concordi nel considerare la vipera un animale timido che fugge se ci sente arrivare e che non attacca mai l’uomo se non per estrema e disperata difesa. Se avvistate una vipera, restate calmi e non fate nulla, o, se proprio volete far qualcosa, battete a terra con un bastone o con i piedi: ci penserà lei ad allontanarsi. Non è un animale cattivo né aggressivo, vive secondo la sua natura e come tale va rispettato! Non uccidetelo solo perché velenoso o solo perché serpente! Svolge un ruolo fondamentale nell’ecosistema ed ha già molti nemici per natura (riccio, cinghiale, biacco, rapaci, ecc.). Inoltre le vipere – come tutti i rettili – e tutti gli anfibi – rientrano tra le specie protette dalla L.R. 5 Aprile 1988, n. 18 che ne vieta la cattura, la detenzione e l’uccisione. E l’articolo 544 bis del codice penale, rubricato “uccisione di animali” recita: “Chiunque, per crudeltà o senza necessità, cagiona la morte di un animale è punito con la reclusione da quattro mesi a due anni“. Ma le regole, da sole, non bastano e le sanzioni non fanno paura a nessuno e nello specifico non servono a niente o quasi. É molto più efficace l’educazione e l’insegnamento: anche i grandi uccisori di vipere (che in realtà sono quasi sempre bisce) possono diventarne difensori se si liberano dai pregiudizi e imparano a conoscerle. Io sarei già soddisfatto se riuscissi a convertire al rispetto almeno uno dei lettori di questo articolo.
La legge è soltanto carta, nessuno la segue e pochi, anche nelle forze dell’ordine, riescono ad applicarla, invece osservazione e conoscenza possono portare al rispetto.
A questo punto sappiamo di poter passeggiare tranquillamente per i sentieri di campagna e nei boschi, l’uomo non è certo una preda appetibile per la vipera – anche il più mingherlino sarebbe decisamente troppo grosso da ingoiare – e quindi non dobbiamo aspettarci che quest’animale ci insegua o se ne stia in agguato in attesa del momento opportuno per aggredirci e sbranarci con i suoi deboli denti; l’unico modo per farci mordere è quello di costringerlo bloccandogli le vie di fuga o schiacciandolo con un piede o con una mano – ma questo vale per qualsiasi animale che mettiamo in condizione di non potersi allontanare, dall’ape all’elefante.
Ma siccome la prudenza non è mai troppa, ecco altre precauzioni – le ho prese principalmente da un’edizione del 1985 di «Vipere Italiane. Vademecum “SCLAVO”» (il testo originale è in corsivo) ma le ho riadattate in base alle conoscenze odierne, perché in quel periodo persino alla SCLAVO, azienda produttrice del siero antivipera, credevano fosse vera la bufala sul parto “arboricolo” delle vipere; e come ultima precauzione, al numero 12 dell’elenco, consigliavano di portare sempre con se il siero antivipera da loro prodotto e che in quegli anni si vendeva liberamente:
- Specialmente in montagna, calzare stivaletti oppure calzettoni di lana pesante. Per attutire eventuali morsi sarebbe consigliabile anche indossare maniche e pantaloni lunghi, ma chi avrä voglia di farlo con il caldo di agosto? Forse è meglio affidarsi alle altre precauzioni.
- Camminare con passo pesante e cadenzato per annunciare la nostra presenza. L’udito dei rettili è talmente poco sviluppato che possiamo ritenerli praticamente sordi; sono però estremamente sensibili alle minime vibrazioni del terreno (devono poter individuare le loro prede, aimali di piccola taglia e dal passo leggero), perciò è inutile che andiate per boschi e per campi cantando e gridando disturbando la pace della natura; se proprio ci tenete a rendervi ridicoli, andate a passo di marcia. Oppure siate più discreti annunciate il vostro passaggio seguendo la prossima indicazione.
- Evitare di raccogliere fiori (che tanto sono quasi tutti protetti) e invece battete con un bastone cespugli, rovi, sterpi, erbe alte, mura coperte di edera, ecc., prima di raccogliere funghi o durante la ricerca di fragole e castagne. Le vibrazioni allarmeranno i rettili nei dintorni che fuggiranno o si nasconderanno.
- Non appoggiarsi su tronchi coperti di fogliame, su pagliai, su fascine di legna. Soprattutto se esposti al sole.
- Dopo un riposo sui prati erbosi, scuotere con energia gli indumenti prima di indossarli.
- Non lasciare aperte le portiere dell’auto che lasciamo in prati, sentieri, radure, pietraie, in vicinanza di corsi d’ acqua; ed esplorare bene il posto prescelto per soffermarsi.
- Prima di dissetarsi ad una fonte o di fermarsi nei pressi o dentro un casolare abbandonato, fare una preventiva esplorazione nei dintorni (sono fra i luoghi preferiti delle vipere).
- Non mettere mai una mano sotto una roccia, un sasso, in una fessura o cavità senza accertarsi che non vi sia pericolo.
- Attenzione alle caverne orizzontali e poco profonde, in inverno possono essere dimora di vipere in letargo.
Il punto dieci consigliava di stare attenti alle femmine che partoriscono sugli alberi – ne parlerò nel capitolo dedicato alle leggende - (punto 11 del vademecum SCLAVO) Evitare nel modo più assoluto, quando ci si trovi di fronte ad una vipera, di schiacciarla con i piedi e tenersi ad una distanza di sicurezza di almeno un metro. Insomma, lasciatela in pace e lei lascerà in pace voi.
Il punto 12 consigliava: “Per maggior sicurezza, portarsi dietro il siero antiofidico (anti-vipera europea)“. Fino agli anni 90 il siero antivipera era commercializzato liberamente ma attualmente il punto 12 va tenuto in considerazione esclusivamente come rimedio per i cani e somministrato da veterinari pronti a contrastare gli eventuali effetti collaterali . Per gli esseri umani «l’uso del siero è riservato solo all’ambiente ospedaliero per l’alto rischio di choc anafilattico e perché va conservato a una temperatura di 4° per non perdere di efficacia (cosa impossibile se si trasportasse in uno zaino). Inoltre sono disponibili farmaci costituiti da frammenti anticorpali specifici (ViperaTab) riservati a soggetti allergici o molto deperiti e donne in stato di gravidanza: essi sono disponibili nei Centri Antiveleni e vengono utilizzati solo su loro indicazione. In Italia i sieri antivipera sono disponibili solo nelle farmacie ospedaliere» [dottoressa Franca Davanzo, direttore del centro antiveleni dell’Ospedale Niguarda di Milano]. In passato infatti si consigliava la precauzione di portare sempre con sè il siero antivipera, e quindi non erano infrequenti i casi di shock anafilattico o di inefficacia perché il siero, che era nello zaino da chissà quanto tempo, era scaduto. L’elevato rischio di shock anafilattico o di reazione allergica è uno dei motivi per cui il siero antiofidico è stato bandito dal commercio e dalle farmacie. Attualmente non viene più usato nemmeno presso gli ospedali. Dai rapporti delle Asl si nota che in passato il siero ha fatto molti più morti del veleno stesso. Erano tempi in cui il rimedio faceva più danni del guaio.
Come ultimo punto aggiungerei invece che quando si va in montagna è utile portare con se due rotoli di bende autoadesive che potrebberoservire per fare il bendaggio linfostatico (che vedremo più avanti).
E se mi morde?
Ora sappiamo che le vipere non ci vogliono mordere e sappiamo come evitare a costringerle a farlo. Ma se per una qualche fatalità ci mordono? Come possiamo salvarci?
Il morso delle vipere è caratterizzato dalla presenza di due segni di puntura profondi, e distanti tra di loro 6-8 millimetri che continuano a produrre sierosità.
Il veleno fresco della vipera è composto di acqua per il 70% del suo peso; il resto sono proteine e derivati proteici (protidi, nucleotidi, ioni, metalli) con spiccata attività enzimatica; la sua tossicità è causata da alcuni polipeptidi che si legano a diversi recettori con azioni di diverso tipo in base al sistema aggredito: neurotossicità (sistema nervoso), emotossicità (sangue), cardiotossicità (cuore), miotossicità (muscoli) o una combinazione di questi. É un veleno costituito anche da nucleotidi e protidi che servono ad immobilizzare, uccidere e iniziare la digestione delle prede prima ancora di ingoiarle.
Le molecole del veleno di vipera sono grandi e quindi non passano facilmente dai tessuti ai capillari sanguigni, ma entrano in circolo grazie al sistema linfatico, che dai tessuti della zona del morso lo porta alla vena cava. Da questa caratteristica ne deriva che è importante non incidere la cute per non aprire capillari o venule che facciano da porta al veleno, ma è importante ridurre al minimo la circolazione linfatica con il cosiddetto bendaggio linfostatico.
Il veleno della vipera è pericoloso anche per l’uomo ma abbiamo visto che la sua mortalità è sopravvalutata. La letteratura identifica una mortalità dello 0,1% delle persone morse da una vipera e spesso per anafilassi e non per gli effetti del veleno in sé. É sempre meglio comunque non sottovalutare la pericolosità del veleno che dipende:
– dalla vipera che lo inietta (specie, dimensione, età, pienezza delle ghiandole velenifere). Per causare la morte di un uomo adulto in buona salute occorrono 14-16 mg di veleno. In media la vipera del corno ne inietta 7, la vipera aspis 5, la vipera berus 3-4, la vipera ursinii ancora meno, perciò la dose media di veleno iniettato non è mortale ma trattandosi di valori medi sono possibili anche quantità maggiori;
– dalla persona colpita: sappiamo che i soggetti a maggiore rischio sono i bambini sotto i 6-8 anni e le persone che non godono di buona salute, cardiopatici, individui particolarmente sensibili e deboli. Un segnale della gravità della situazione è dato dalla difficoltà della vittima nel mantenere le palpebre aperte a causa dell’interessamento del sistema nervoso;
– dalla sede del morso: è poco pericoloso se viene inculato nei tessuti adiposi o nei muscoli. Collo, tronco e testa fanno aumentare i rischi rispetto a mani, braccia e gambe. Pericolosi i morsi che colpiscono direttamente i grandi vasi venosi. Quindi attenti a sdraiarsi vicino a cespugli, alberi, pietre ecc. senza prima aver “avvertito” della vostra presenza battendo il terreno. Comunque, se si interviene nel modo adeguato, è possibile ridurre di molto il rischio di complicazioni gravi o mortali.
– dalla temperatura ambientale: con il caldo la vasodilatazione, facilita la circolazione del veleno nel corpo.
– dalla presenza di germi patogeni, che non mancano mai nel cavo orale della vipera e possono produrre infezioni.
Segni locali del morso velenoso di vipera:
Il primo sintomo è solitamente il dolore locale molto intenso a cui segue entro pochi minuti sensazione di calore e un edema rosso bluastro con ecchimosi che in circa 6 ore si estende verso la radice dell’arto morso che si gonfia lentamente fino a diventare duro, dolente, freddo e bluastro. In circa 12 ore cominciano segni di chiazze cianotiche ed ischemiche e tumefazione, mentre i linfonodi prossimi al morso diventano sensibili al dolore.
Segni sistemici del morso velenoso di vipera:
Le reazioni sistemiche importanti (a parte lo shock anafilattico) non avvengono prima di 2 ore, concedendo quindi il tempo alla vittima di arrivare in Pronto soccorso. I sintomi di avvelenamento che possono verificarsi sono cefalea, vertigini, agitazione, angoscia, dolori muscolari, sete, vomito, diarrea, senso di mancanza d’aria o crisi simil-asmatica, febbre a 38°-39°, raramente, nei bambini e negli anziani, arresto cardiaco.
COSA FARE in caso di morso di vipera:
- Mantenere la calma – Il maggior numero di morti non sono causate dal veleno del rettile ma da attacchi cardiaci dovuti all’agitazione e alla paura provocati dal morso. Lo dimostrano anche le statistiche delle Asl.
La prima cosa da fare quindi è non lasciarsi prendere dal panico – facile a dirlo! Ma non è facile rimanere calmi in quei momenti. Però se in quei momenti ricordiamo quanto abbiamo letto qui o in altri articoli riguardanti le vipere sapremo che il morso è doloroso e può dare anche problemi seri, ma non ci ucciderà. Se il veleno è stato iniettato abbiamo due ore di tempo prima che diventi un pericolo serio. E se siamo fortunati sarà stato un “morso secco” – Se il dolore locale non compare rapidamente si può quasi escludere l’avvelenamento. Oppure potrebbe essere un morso superficiale, con poca iniezione di veleno o, meglio ancora. il serpente potrebbe non essere una vipera.
In ogni caso è meglio effettuare ugualmente i soccorsi. - Immobilizzare il paziente o almeno la zona colpita dal morso.
- Chiamare subito i soccorsi: chiamare il 118 e recarsi senza perder tempo al più vicino pronto soccorso.
- Rimuovere anelli, bracciali e orologi. Il morso fa gonfiare molto la zona colpita.
- Eseguire, se è stato morso un arto, un bendaggio linfostatico (si tratta di un bendaggio riservato solitamente a serpenti molto più velenosi, come quelli asiatici o australiani. Si è rivelato efficace anche con i morsi del taipan, Oxyuranus scutellatus, uno dei serpenti più velenosi che si conoscano): la benda deve essere stretta come se si applicasse a una cavigia distorta. Iniziare a fasciare dal punto del morso e poi proseguire verso l’estremità dell’arto comprese le dita. Quindi risalire fino alla radice dell’arto (ascella o inguine); più in alto si arriva e più facilmente si blocca la circolazione linfatica arrestando quindi il passaggio del veleno verso il sangue senza arrestare la circolazione sanguigna. Aggiungere una stecca per bloccare l’arto colpito e limitare ulteriormente i movimenti della persona e quindi rendere più durevole ed efficace il blocco della circolazione linfatica. Se bende e stecche sono applicate correttamente saranno comode e potranno essere mantenute per molte ore ed andranno rimosse soltanto quando lo deciderà il medico che avrà preso in cura il paziente. perché non appena le bende verranno tolte il veleno entrerà massicciamente in circolo e bisognerà esser pronti ad usare i farmaci specifici.

E COSA NON FARE:
- Non fate muovere la vittima. Ogni movimento, come il farla camminare o togliergli gli indumenti nella zona del morso, favorisce l’entrata del veleno nel circolo sanguigno.
- Non posizionare lacci emostatici: sono dannosi perché aumentano l’assorbimento del veleno per via linfatica e possono causare un blocco della circolazione sanguigna e, successivamente, una brusca immissione in circolo del veleno e di sostanze vasoattive nel momento in cui verranno tolti.
- Non disinfettare con alcool o altre sostanze chimiche perché favorirebbe la circolazione del veleno.
- Non applicare ghiaccio perché è controindicato per questo tipo di avvelenamento.
- Non somministrare bevande alcoliche: hanno effetto depressivo sul sistema nervoso centrale ed effetto vasodilatatore periferico.
- Non incidere la ferita. Si potrebbe permettere al veleno di entrare nella circolazione sanguigna.
- Non succhiare il veleno. Il cinema ci ha mostrnato che il miglior modo di trattare la ferita è inciderla con un coltello e succhiare eroicamente il sangue avvelenato dalla zona colpita.É un’operazione molto scenografica ma anche tanto inutile e pericolosa per il soccorritore. Non esiste alcuna prova dell’efficacia di quest’azione anche perché si succhierebbe via solo una piccolissima parte di veleno. C’è invece il concreto rischio di peggiorare la situazione per la vittima e magari di ricompensare il soccorritore con una malattia infettiva.
- Non somministrare il siero antivipera (che comunque non potete avere perché è disponibile soltanto in alcuni ospedali).
Storie (che non ci sono) …
Sembra strano, ma nonostante siano famosissime e con una reputazione non propriamente positiva, non ho trovato vipere citate nel corso dei secoli passati, eccezion fatta per una notiziola riguardante la vipera dell’Hugy e la storia della Grotta della Vipera di Cagliari.
La vipera dell’Hugy a Montecristo:
Sembra che la Vipera dell’Hugy, in epoche antiche, sarebbe stata introdotta dai Greci sull’Isola di Montecristo, nell’arcipelago toscano.
Fino a pochi anni fa si sosteneva che l’isola fosse abitata dalla vipera di Montecristo (Vipera aspis montecristi, Mertens, 1956), una rara sottospecie endemica, oggi non più ritenuta tale grazie alle indagini genetiche che ne hanno decretato la vera origine alloctona, strettamente siciliana. Tra l’altro la migrazione di individui dalla penisola italiana non sarebbe potuta avvenire spontaneamente dal momento che l’isola non è mai entrata in contatto con la terraferma nel corso della sua lunga migrazione attraverso il Mediterraneo.
Che motivo avevano i Greci di introdurre nell’isola un serpentello velenoso? La risposta ce la racconta lo storico Strabone (58 aC – 25 dC):
Montecristo era un’antica base navale utilizzata dai Greci. Questi erano soliti impiegare le vipere (preventivamente private del loro veleno) come proiettili da gettare sulle navi avversarie prima dell’assalto, in modo tale da creare scompiglio e paura. Con questa procedura proteggevano le città toscane degli Etruschi, loro collaboratori commerciali.
La Grotta della Vipera
A Cagliari si può ammirare un sito archeologico che nel Seicento veniva chiamato “Cripta serpentum” e che oggi è definita “Grotta della Vipera” (Grutta e sa Pibera). É un ipogeo funerario legato alla romantica e commovente storia di amore e morte di Atilia e del marito Cassio Filippo. Sul frontone che sovrasta l’ingresso sono visibili due serpenti scolpiti nella roccia (considerati dal popolo due vipere), preceduti da foglie, posti uno di fronte all’altro.
Non so perché siano stati scambiati per vipere in una città (e isola) in cui a memoria d’uomo non ci sono mai state vipere.
Guardiamo i serpenti scolpiti (se non siete a Cagliari accontentatevi della foto) e confrontiamoli con i caratteri distintivi:
La testa è andata distrutta ma da quel che resta si intuisce che non è triangolare e/o appuntita e dubito che anche se la testa fosse integra avemmo visto le pupille. Dell’andatura, essendo una scultura, non ne parliamo proprio.
La lunghezza potrebbe essere un indizio a favore: l’animale non sembra lungo in confronto alla grossezza.
In pochi attimi abbiamo scartato 4 indizi su sei (l’avevo detto che non è facile poterli riscontrare tutti!). Ma guardando corpo e coda vediamo che sono troppo slanciati per corrispondere alla rappresentazione del corpo tozzo e della coda tronca di una vipera.
Le vipere non c’entrano con questo sito e con questa storia, ma Cassio Filippo e Atilia erano Romani e per loro i serpenti scolpitii simboleggiavano la vita eterna e l’immortalità dell’amore coniugale.
Anticamente a Roma i serpenti venivano rispettati in quanto raffigurazione degli antenati defunti, questo permetteva di mantenenere un legame con i propri cari anche dopo la morte. Il serpente veniva rappresentato spesso nei larari – zone delle case riservati al culto dei Lari, gli spiriti degli antenati defunti protettori della famiglia e della casa – ed anche nei monumenti sepolcrali, come quello di Cagliari.
Alcuni Romani li allevavano in casa come animali domestici e l’uccisione di un serpente era presagio di sventura.
L’idea della relazione tra il serpente e l’anima del defunto, non è solo romana. La leggenda vuole che Cadmo ed Armonia, personaggi della mitologia greca, dopo la morte fossero stati trasformati in serpenti e Quando il re spartano Cleomene fu ucciso in Egitto, un grande serpente avvolse la sua testa per allontanare gli avvoltoi.
Ancora oggi, nel folklore di molte popolazioni meridionali, le serpi che popolano i cimiteri sono associate alle anime tormentate dei defunti che chiedono ai fedeli preghiere di suffragio. E a questo proposito voglio riportare un raccontino “calabrese” ma che potrebbe benissimo essere “internazionale”, della mia amica Renata Ceravolo, sensibile poetessa e altrettanto sensibile fotografa della natura, che il 7 giugno 2022 ha regalato, sulla sua pagina Facebook, questo scorcio di vita paesana:
«Stamani il caldo regalava spazio a una bella arietta. Io camminavo in mezzo alla strada per paura che dai sipali (1) si affacciasse qualche spavaldo serpente confuso e mi salutasse a modo suo, anche se, come dice il mio amico Giuseppe Natalizio: “Non ti fanno niente”.
Ho incontrato Saverio seduto sulla panchina davanti casa, Saverio quando mi vede passare mi dice sempre: “È ura!” per dirmi “È ora di uscire per fare la spesa?!” D’estate diciamo “Fa caldo” e d’inverno “Fa freddo”.
Quando abitavo in un paese vicino c’era Donna Ciccina che quando mi vedeva parlava sempre del tempo.
Sembravamo i colonnelli Bernacca.(2)
Stamattina ho fatto sosta alla panchina dove c’era Saverio.
Dopo i 50 anni anche si rocìmu (3), ci diamo tregue, ci sediamo di più, ci diamo piccoli spazi di tempo.
“Saverio, vedete, ci sono i sipali e l’altro giorno ‘n’a serpi nigra (4) è venuta a trovarmi proprio davanti al portone di casa!”
– “Non ti fanno nenti ‘i serpi nigri, sunnu animi d’u prigatoriu. Ma tu lo sai”, continuava Saverio, “che io quando andavo in campagna, un giorno ho visto ‘a serpi nigra. Mi guardava e cacciava la lingua di fuori. Io le ho messo un po’ di acqua in una ciotola e sulla carta stagnola un po’ di formaggio. Da allora ogni volta che andavo in campagna portavo per la serpe acqua e formaggio grattugiato.” – “Siete buono voi, Saverio.
Allora io vado. arrivederci Saverio.” – “Vai, arrivederci.”»
Note:
- (1) sipali = cespugli, soprattutto cespugli incolti, selvatici
- (2) rocimu = siamo attivi (lettralmente “giriamo”)
- (3) Edmondo Bernacca (Roma, 5 settembre 1914 – Roma, 15 settembre 1993) è stato un generale e meteorologo dell’Aereonautica Militare italiana. Divenne noto come “colonnello Bernacca” perché dal 1968 la RAI gli affidò la realizzazione e la conduzione di un programma autonomo dedicato alle previsioni meteorologiche.
- (4) serpi nigra = serpe nera, è il biacco nero (Hierophis viridiflavus carbonarius), la varietà melanica che vive in Calabria.
Vorrei chiedere al signor Saverio la reazione del suo amico serpente alla razione di formaggio, alimento che non può rientrare nella sua dieta.
Di generiche storie di serpenti ne possiamo trovare tante, ma non abbiamo storie di vipere oltre a quella dell’Isola di Montecristo.
Non ci sono vipere nella storia. O, se ci sono, me le tengono ben nascoste.
E l’aspide che uccise Cleopatra?
Non poteva essere davvero un’aspide, inteso come Vipera aspis. É impensabile che la Regina d’Egitto avesse scelto una relativamente innocua vipera italiana quando aveva a disposizione molte specie di serpenti velenosi autoctoni (attualmente in Egitto se ne conoscono ben 36 specie). La storia tramandataci da Plutarco e ripresa da Shakespeare parla di un piccolo aspide (Plutarco gli fece mordere un braccio, Shakespeare preferì il seno, mentre sembrerebbe che Dante sia riuscito a farla uccidere da un innocuo colubro:
“Piangene ancor la trista Cleopatra,
che, fuggendoli innanzi, dal colubro
la morte prese subitana e atra”
[Paradiso 6.77].
In realtà ai tempi dell’Alighieri “colubro” era un termine che indicava i serpenti in generale. Il Poeta, non potendo conoscere la specie esatta, preferì rimanere sul vago.
Ammesso che sia davvero morta per il morso di un serpente è più verosimile che Cleopatra abbia scelto il cobra egiziano (Naja haje) oppure, visto che riusciva a tenerlo nascosto in un cesto di fichi, una piccola e micidiale vipera del genere Cerastes: Cerastes cerastes o Cerastes vipera.
Gli storici stanno ancora studiando questa morte misteriosa e c’è chi dice che forse le tre donne (c’erano anche due ancelle) si tolsero la vita in modo indolore bevendo un veleno di origine vegetale.
… E leggende (che ci sono in abbondanza)
Se la storia è avara, non lo è il folklore: la reputazione e la fama di questi animaletti ha fatto nascere un cospicuo numero di leggende, molte delle quali sono bufale decisamente ridicole:
1 – Avvelena l’acqua che beve:
per questo motivo prima di bere si tolgono le ghiandole del veleno e le depositano all’asciutto, per poi recuperarle dopo essersi dissetate.
Questa credenza è talmente astrusa che si commenta da sola.
C’è anche la variante in cui il serpente non si “smonta” le ghiandole velenifere ed è quindi costretto ad avvelenare l’acqua. Ma sappiamo che è in grado di “spremerle” a piacimento e che cerca di risparmiare il poco veleno che ha; lo custodisce tanto gelosamente che spesso per difendersi preferisce attuare il morso a secco. É impensabile che sprechi il suo prezioso liquido per avvelenare inutilmente un abbeveratoio o un corso d’acqua – tanto più che essendo un veleno composto da proteine, se ingerito viene digerito senza fare danni.
A completare questa stupidaggine si aggiunge un’altra superstizione: prima di bere l’acqua di un torrente è opportuno far galleggiare sulla superficie due bastoncini messi a croce, se rimarranno uniti l’acqua non contiene veleno.
2 – Ha l’alito velenoso:
Ha una “fiatella” talmente mefitica che se un cane la fiuta muore quasi istantaneamente!
Una spiegazione può provenire dai cani, come quelli da tartufo, che vanno in giro annusando il terreno e che perciò rischiano un morso sul muso. Spesso il padrone non assiste al momento fatidico e quando arriva trova il cane con il muso vicino al serpente per poi veder apparire i sintomi di avvelenamento aggravati dalla particolare sensibilità del punto di inoculazione – il muso – e dal minor rapporto quantità di veleno/peso della vittima rispetto ad un umano.
3- Raggiunge dimensioni notevoli, anche 2 o 3 metri:
Questa possiamo spiegarla come una sorta di “illusione ottica”. Sappiamo che i sensi ci fanno ingigantire anche del doppio la fonte della paura; in realtà persino il marasso che è la specie più grande delle quattro non raggiunge il metro.
4a – Rincorre le persone che la disturbano:
La sua andatura è piuttosto lenta, non rincorre nemmeno le prede, figuriamoci se questo goffo animale può riuscire a correre dietro a una persona.
4b – Il guardapassi:
In alcuni paesini nel sud del Lazio e soprattutto in Molise e Basilicata, tutti conoscono e quasi tutti credono alla storia del “guardapassi” o “settepassi”: una specie pericolosissima di vipera che ci osserva mentre camminiamo (da qui il nome di guarda passi) per aggredirci all’improvviso al momento opportuno. Il suo veleno è così letale da lasciar compiere, dopo il morso, non più di sette passi alla vittima. Il detto afferma che dove ti morde, lì ti lascia morto. Secondo una variante della leggenda il settepassi corrisponde all’aspide ultimo nato dal parto (vedi il punto 6b). Un’altra variante afferma che guardapassi è quello che si morde la coda per formare un cerchio e inseguirci (punto 4c). Infine c’è chi dice che il guardapassi sarebbe cieco ma in compenso avrebbe un udito finissimo.
Il serpente “sette passi” esiste, ma è inutile cercarlo in Italia. É un elapide (la stessa famiglia di cobra, taipan e serpenti marini), e, in quanto tale, ha un veleno che attacca il sistema nervoso provocando la paralisi degli organi vitali e la morte in tempi rapidi (altro che le due ore concesse dalle nostre vipere!). Il veleno del Mamba nero (Dendroaspis polylepis, Günther, 1864) – questo è il nome del vero “sette passi” – ha effetto dopo 20 minuti. Ma questo serpente che raggiunge anche i 4 m di lunghezza è molto diverso dalle nostre piccole vipere e, soprattutto, vive molto lontano da noi: abita principalmente nella savana sub-sahariana, dalla Somalia al Sudafrica, e in rare occasioni lo si trova nelle regioni della foresta tropicale o equatoriale. In linea generale, e questo è una caratteristica che condivide con le vipere italiane, tende a evitare ambienti densamente popolati dall’uomo.
4c – Scappare verso l’alto:
Quando si incontra una vipera bisogna fuggire in salita perché altrimenti il serpente si morderà la coda per formare un cerchio e inseguirà il malcapitato rotolando verso valle. Ecco scomodata persino la figura dell’Uroboro, antichissimo simbolo della ciclicità della vita.
La vipera non è la sola a ispirare la leggenda del mordersi la coda. Negli Stati Uniti e in Canada ci sarebbe il leggendario hoop snake (serpente a cerchio) che prende in bocca la propria coda e viaggia come una ruota alla ricerca di prede, avvistato ogni tanto, a beneficio dei creduloni, soprattutto in Minnesota, Wisconsin e British Columbia. In Giappone, lo Tsuchinoko è un leggendario serpente descritto più o meno come una vipera, grasso, largo al centro, lungo 50-80 cm, velenoso, parlante, e bugiardo. All’occasione, come lo hoop snake, prende la coda in bocca e rotola via.
Il massimo che potrebbe fare una vipera disturbata e non messa alle strette, è darsi alla fuga, magari approfittando di una discesa per velocizzare un po’ la sua lenta andatura, ma non girerebbe come una ruota, si allontanerebbe semplicemente strisciando a zigzag.
I denti dei serpenti sono orientati all’indietro perché ingoiano le prede intere e vive, sono strutturati in modo da impedire alla vittima di scappare indietreggiando. Questo vuol dire che se un serpente mette in bocca e morde la propria coda non potrà fare altro che continuare a ingoiarsi sino ad autodigerirsi, morendo. Non sono programmati per far fuoriuscire quel che gli entra in bocca.
Esistono osservazioni documentate – ci sono anche video su youtube – di serpenti intenti a fare l’«uroboro», ma non lo fanno per rappresentare immortalità e perfezione, esprimono invece uno stato di stress. Finora questo comportamento è stato notato solo in serpenti tenuti in cattività. Essendo animali a sangue freddo, se la teca o il terrario in cui sono relegati si riscalda troppo non riescono a disperdere il calore e sale anche la loro temperatura interna. Questo provoca due cose: uno stato di grande confusione e disorientamento e una grande fame, per cui, quando sono tenuti da soli e senza cibo, azzannano la prima cosa che si muove davanti a loro, di solito la coda.
4d – Sono in grado di saltare:
Cacciano con l’agguato, si spostano solo se è strettamente necessario e non riescono ad arrampicarsi al di sopra del metro e mezzo; non sono certo campioni di prestanza atletica! Ma se basta un serpente a terrorizzarci, figuriamoci quali ataviche paure può scatenare il pensiero di un serpente velenoso con doti acrobatiche.
5a – Partorisce appesa ai rami degli alberi:
La femmina gravida si arrampica sul ramo di un albero e partorisce in modo che i piccoli demoni cadano a terra e non possano morderla e avvelenarla.
Ma il corpo tozzo non permette alle vipere di salire oltre i cespugli più bassi, pensate che fatica dovrebbe sostenere una femmina pronta al parto.
Biacchi, cervoni e saettoni si arrampicano facilmente sugli alberi, le vipere invece non sono in grado di farlo, e sebbene mettano al mondo piccoli completamente autosufficienti e già dotati di veleno, non corrono pericoli: li partoriscono in luoghi riparati da chi li mangerebbe volentieri, i neonati ignorano la madre e si disperdono nei dintorni (e almeno la metà di loro diventa subito cibo per i predatori).
Come ho già detto, nel 1985 credevano a questa leggenda anche i redattori di “Vipere Italiane. Vademecum “SCLAVO” che al punto 10 raccomandava: “In estate invece fate attenzione, nei boschi, anche ai rami degli alberi: le femmine spesso partoriscono appese ai rami bassi ed è pericolosissimo subire un morso al capo od al collo per la grande vascolarizzazione di tali parti del corpo umano.“
5b – Partorisce squarciandosi il ventre su di un sasso:
E perché mai dovrebbe farlo? Con quale utilità? Ah si, si suicidano per evitare di farsi uccidere dai neonati! – strategia evolutiva molto logica, vero?
Le vipere femmine si riproducono ogni 1-4 anni. Il ciclo ovarico dipende dalla specie, dal peso e dalle condizioni bioclimatiche del loro ambiente. con una media di 6-8 neonati per parto con una sopravvivenza, se va bene di meno della metà. Ci vuole tempo per ripristinare le riserve spese per la gestazione e il parto e questo comporta un basso tasso di fertilità che contribuisce al declino della vipera italiana, già minacciata dalla perdita degli habitat caratteristici. Nessun specie di vipere può permettersi il lusso di avere madri sucide.
6a – Il maschio della vipera si chiama aspide…
… e la femmina si chiama vipera:
In realtà, Vipera aspis indica il genere (Vipera) e la specie (aspis) della vipera comune. Parlando della Vipera aspis dobbiamo quindi dire che esiste l’aspide maschio e l’aspide femmina mentre per tutte e cinque le specie abbiamo vipere maschio e vipere femmina (marassi maschi e femmine, vipere dal corno maschi e femmine, ecc.). Nel caso del marasso (Vipera berus), per esempio, a nessuno viene in di dire che la femmina si chiama vipera e il maschio si chiama bero!
6b – L’aspide è l’ultimo maschio partorito:
Una leggenda calabrese racconta che l’ultimo maschio della prole appena nata è l’unico a chiamarsi aspide ed è il più velenoso e più aggressivo; talmente aggressivo che la madre cerca di ucciderlo per non essere a sua volta uccisa da lui. Corrisponde al guardapassi di altre regioni descritto al punto 4b. Ovviamente non può avvenire che in una nidiata di viperotti nati dalla stessa madre possa esserci un individuo di una specie diversa. Inoltre tra i neonati di qualunque specie di vertebrati può succedere che l’ultimo nato sia il più piccolo e più debole e mai il contrario come dice questa leggenda.
6c – Il fischio dell’aspide:
É un fischio particolarmente agghiacciante, emesso dall’«aspide», inteso come maschio della vipera (vedi le leggende 6a e 6b). É talmente sonoro da essere udibile a metri di distanza. Avrebbe la funzione di difendere il territorio dagli intrusi che così capiscono che è meglio girare al largo perché l’«aspide» li attaccherà senza pietà.
In realtà il “soffio” (i serpenti soffiano e sibilano, non fischiano) è un’arma usata da molti serpenti, comprese le vipere, quando si sentono minacciati. Immagazzinano aria gonfiando i polmoni e poi la espellono espirando rumorosamente sollevando il capo. Certamente è una strategia difensiva ma non indica, anche se ai nostri occhi lo simula, un attacco imminente del rettile; ha invece lo scopo opposto: evitare di esser costretti a mordere.
7 – Le vipere nere sono più velenose:
Come per tutti gli animali, un esempio noto a tutti ce lo forniscono i gatti, gli individui melanici e melanotici possono avere agli occhi di tanta gente un aspetto più “impressionante”, ma l’efficacia del veleno delle vipere è identica per tutti gli individui della stessa specie e stessa taglia, qualunque sia la loro colorazione.
8 – Vipere crestate e vipere baffute:
Pare addirittura che siano terribili e siano le più velenose.
É una credenza, attribuita ai serpenti in generale ed è alla base del mito del “regolo”, mostruoso serpente della tradizione toscana, umbra, abruzzese, sabina e marchigiana. Si tratterebbe di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino. Secondo una versione della tradizione, diventa regolo una vipera che, tagliata a metà, non muore e invece continua a crescere diventando vendicativa e perseguita tutti coloro che hanno la sfortuna di incontrarlo e ne pronunciano il nome, senza trascurare, ovviamente, colui che l’ha mutilata. Secondo altre versioni, diventa regolo ogni vipera che abbia superato i 100 anni di età.
Invece si tratta quasi certamente di serpenti in muta, la cui pelle si distacca creando apparentemente escrescenze e creste; oppure di serpenti che stanno ingoiando lentamente una preda le cui zampe o code sono ancora fuori dalla bocca e sporgono dalla testa facendole sembrare strane appendici del serpente.

In alcune zone dell’Italia meridionale si raccontava di “serpenti baffuti” avvistati fin verso la fine degli anni ’70 del novecento nei pressi di diversi fiumi e torrenti.
Vivevano nei pressi dell’acqua, erano lunghi circa 1 metro e di colore bruno-scuro. Possedevano una grossa testa con spessi e lunghi baffi ai lati del muso; il corpo era liscio e lucido e la coda terminava in modo un po’ ottuso, come quella delle vipere. Scavavano tane in prossimità dell’acqua e nuotavano in modo sinuoso. Se disturbati emettevano forti soffi e sibili ed erano stati osservati sulla terraferma intenti a procedere a balzi verso l’acqua. Avete appena letto una descrizione abbastanza precisa della lontra! Animale ormai rarissimo il cui pelo bagnato ha l’effetto di una pelle nuda nera e liscia.
9 – Il Pan delle vipere:
Gigaro, gìcaro, gìchero, gìghero, aro, calla selvatica, sono solo alcuni dei nomi con cui in Italia viene chiamato l’Arum italicum. É una pianta erbacea velenosa che cresce spontaneamente nei nostri sottoboschi e nei luoghi ombreggiati. Il frutto è costituito da una bacca rossa e secondo la tradizione, i serpenti e in particolare le vipere, sarebbero ghiotti di queste bacche da cui trarrebbero il veleno per le loro vittime. Da qui derivano altri nomi oltre a quelli già elencati: “pan delle vipere”, “pan delle bisce”, “erba biscia”, “pan delle serpi”.
Secondo la superstizione nelle vicinanze di queste piante si troverebbe sempre qualche vipera. Ma né le vipere, né gli altri serpenti mangiano bacche e vegetali. La dieta esclusivamente carnivora è costituita soprattutto da topi, uccelli e lucertole – o cavallette per le vipere dell’Orsini. Per questo motivo svolgono un ruolo ecologico importantissimo contribuendo al mantenimento demografico di specie infestanti come i roditori. Una vipera adulta può eliminare anche 200 topi all’anno.

10 – Ghiotte di latte:
Volete catturare una vipera? Lasciate una bottiglia con del latte dentro in modo che il goloso serpente entri e rimanga incastrato dalla sua ingordigia. provate e vedrete che l’insuccesso sarà assicurato. Non può funzionare perché anche se la brama dei serpenti per il latte è una credenza molto antica e diffusa in tutto il mondo e molti, compreso il simpatico signor Saverio ci credono, i rettili non sono in grado di digerire il latte dei mammiferi.
Le vipere sono animali selvatici e gli inevitabili incontri con l’uomo dipendono soltanto dal fatto che occasionalmente le due specie frequentano gli stessi ambienti. Questi serpenti non hanno interesse per gli esseri umani, non siamo utili come prede; né sono attirate dalle attività umane dalle quali tendono invece a stare il più lontano possibile. Eppure ci siamo inventati delle leggende quasi da film horror. Esistono in tutto il mondo racconti che legano i serpenti al latte, in America (Messico, Centro America e zona nord del Sud America) esiste un colubro, il Lampropeltis triangulum (Lacépède, 1778) il cui nome comune è proprio “Milk snake” (“sepente del latte”) Da quelle parti anticamente si supponeva che questo serpente si ergesse per arrivare alle mammelle delle mucche per succhiarne il latte.
È possibile che la radice di certe leggende stia nel fatto che alcune specie di serpenti frequentano fienili e granai alla ricerca dei roditori di cui si cibano. Le vipere italiane però non sono tra queste dato che prediligono ambienti non antropizzati.
Nei miei ricordi di gioventù ci sono raccapriccianti racconti di serpi che si introducevano nei lattanti per succhiare il latte dal loro stomaco e il leggendario, è il caso di dirlo, “pasturavacche” (“impasturavacchi” in Calabria e Sicilia, e “zinnavacche” nel Lazio).
Le leggende del nostro Meridione sono così particolareggiate da descrivere anche i metodi escogitati per succhiare il latte sia dalle madri umane che dalle mucche: Una volta che la serpe del latte sia riuscita a introdursi nella casa dove c’è un poppante, aspetta la notte per passare all’azione. In passato, soprattutto nelle zone rurali, i neonati non dormivano nella culla bensì accanto alle madri che li tenevano attaccati al seno fin quando non si addormentavano entrambi. A questo punto entrava in azione la furba serpe del latte: si arrampicava sul letto e si dirigeva verso il capezzolo della madre, che prendeva a suggere con naturalezza assolutamente ‘umana’. E se nel frattempo il bambino si svegliava e reclamava il suo? Ebbene, lo scaltro animale risolveva il problema infilandogli la coda in bocca a mò di ciucciotto. La naturalezza nel succhiare la utilizzerebbero anche con le vacche che non ne sarebbero affatto disturbate mostrando anzi di frequentare preferibilmente quegli angoli di pascolo dove già sono state ‘piacevolmente munte’ dai serpenti parassiti. Un’altra versione della leggenda vuole che queste creature si attorciglino alle zampe posteriori del bovino per costringerlo a star fermo mentre gli succhia via il latte, da qui il nome di “pasturavacche“. La fantasia umana, in questo caso stimolata da antiche paure, riesce ad inventare fantastiche storie.
Ma per quanto possano esser racconti affascinanti, la cruda realtà scientifica è come al solito meno romantica e ci dice che i serpenti non hanno gli enzimi giusti per digerire il latte e le loro labbra e lingua non sono adatte a succhiare alcunché. Quando le vacche non producevano latte oppure un poppante faticava a crescere e non si poteva dare la colpa alla madre, si ipotizzava l’intervento della ‘serpe del latte’ descritta a volte come un serpentello e a volte come una serpe di oltre un metro e mezzo. Le descrizioni sono diverse e variegate e il famigerato serpente succhia latte della tradizione calabrese. e meridionale in genere, sembrerebbe essere una vipera – che è piccola di suo o un piccolo biacco nero (varietà calabrese melanica, cioè nera, dello Hierophis viridiflavus che nel resto d’Italia ha colorazioni più chiare) o, più spesso, un cervone (Elaphe quatuorlineata), altro colubro non velenoso che riuscendo a superare anche i due metri di lunghezza è uno dei serpenti più grandi d’Europa.
11 – Piovono vipere:
C’è chi crede con convinzione alle vipere lanciate dagli elicotteri. Responsabili del bizzarro ripopolamento sarebbero il Corpo Forestale dello Stato oppure il WWF o altre associazioni ambientaliste. Non è mai stata fornita alcuna documentazione di questi eventi che essendo decisamente vistosi, rumorosi e spettacolari non passerebbero inosservati e non si capisce chi possa pensare che qualcuno abbia l’hobby idiota di buttar giù rettili dai velivoli.
Anche volendo ammettere l’assurda idea che qualcuno, contro ogni logica, volesse davvero liberare più o meno clandestinamente dei serpenti, avrebbe modi più semplici ed efficaci e meno appariscenti e dispendiosi per fare questa stupidaggine. Far volare un elicottero o un aereo non passerebbe inosservato e non è certo economico, e ci vuole un sistema per non far spiaccicare i poveri animali al suolo, quindi siccome sono animali senza spalle, bisognerebbe procurarsi dei paracadute adatti … o delle vipere di gomma. E come sistemare tutti i testimoni oculari che assisterebbero e documenterebbero il misfatto su tutti i social media?.
Ma quale sarebbe lo scopo di queste azioni?
Mi hanno detto che in Sardegna si trattava di un esperimento scientifico che consisteva nel lanciare povere vipere su alcune montagne per scopi non precisati. Ma che razza di esperimento sarebbe diffondere serpenti non autoctoni sparpagliandoli su una vasta area in modo da rendere completamente impossibile controllarli tutti (tutti i superstiti), studiarli ed eventualmente rimuoverli?.
In Calabria invece le avrebbe lanciate il Corpo Forestale per ripopolare – con individui morti o malconci! – popolazioni di vipere che non hanno mai avuto bisogno di ripopolamentii.
Invece sui Pirenei si dice che vengono lanciate per fare dispetti: i Francesi dicono che gli Spagnoli lanciano le vipere sul loro versante, gli Spagnoli affermano il contrario.
I teorici della fake news hanno molta inventiva nell’elaborare trame e macchinazioni fantasiose anche se scollegate dalla logica e dalla realtà. Per difenderci dalle loro tesi ci basta affidarci al nostro spirito critico quando ci raccontano i loro aneddoti curiosi. E se volete metterli in difficoltà, chiedetegli di fornirvi prove documentate di quanto affermano. Abbiamo visto che la genetica molecolare (e la ricerca scientifica in generale) ci permette di verificare le storie e di relegare le bufale al regno delle favole
E le favole sono suggestive ma poco adatte ai progressi scientifici dell’umanità.
Il testo e i disegni n° 2 e n° 11 sono di Giuseppe Natalizio
Le illustrazioni numerate da 3 a 7 sono tratte dai Cuadernos de Campo di Félix Rodríguez de la Fuente, Editorial Marin , Barcelona 29 (España) – Taccuini di Airone n° 59 11 dicembre 1984
L’illustrazione n° 8 è tratta da Medico e Paziente n° 6 06/85
L’illustrazione n° 9 è tratta Tempo Medico 237 n° 10 15/06/85
Tutte le altre illustrazioni sono ptese dal web e modificate/adattate da G. Natalizio.
- Ringrazio Renata Ceravolo per il racconto della “serpi nigra“
- Ringrezierei anche Dante Alighieri per i suoi versi, ma dubito che leggerà questo articolo.
- Ringrazio gli amici sardi che mi hanno segnalato la Grotta delle vipere e i presunti lanci di serpenti sulle montagne della loro splendida isola e che hanno lasciato i loro commenti qui sotto.
- Ringrazio il Dr.Mauro Mura – Amministratore ed Esperto in Zoologia del gruppo Facebook “Regno Animalia – Identificazioni e discussioni” per il commento con la bellissima descrizione di questo articolo e per gli importanti suggerimenti che ho accolto con piacere.
Grazie anche a tutti coloro che leggeranno l’articolo e vorranno apportare commenti, critiche, correzioni ed aggiunte.
[Dr. Giuseppe Natalizio]
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Finalmente son riuscito a finirlo!
Bellissimo e suggestivo articolo, che spazia tra scienza e storia, fino al mito e al folklore, ma senza mescolarli. Non si limita inoltre a raccontare le vipere nostrane, ma anche le connessioni biologiche (ma anche legate alla cultura umana) dei molti altri organismi che condividono il territorio con le stesse vipere e con l’uomo. Tutto questo senza tralasciare il rispetto e la tutela ambientale.
Grazie Giuseppe Natalizio.
Faccio anche qualche appunto su qualche imprecisione che ho individuato leggendo l’articolo. In ordine sparso:
– Alla fine della sezione 10 della parte dedicata alle leggende, il biacco (Hierophis viridiflavus) è nominato col suo sinonimo obsoleto (Coluber viridiflavus)
– Nella rassegna delle specie e sottospecie italiane del genere Vipera, manca la sottospecie Vipera aspis aspis, che col suo areale copre la parte nordoccidentale del paese.
– Viene inoltre detto “Le vipere sono gli unici vertebrati velenosi che possiamo incontrare in Italia”. Tecnicamente questo è un errore, essendo presenti sul territorio italiano 4 specie di serpenti velenosi opistoglifi (Malpolon monspessulanus e M. insignitus, della famiglia Lamprophiidae, e Macroprotodon cucullatus e Telescopus fallax, della famiglia Colubridae), e anche una specie di mammifero velenoso (Neomys fodiens, della famiglia Soricidae).
Tuttavia va precisato che l’interesse medico relativo a tutti questi animali è quasi trascurabile, sia per la difficoltà di incontro e contatto che per l’obiettiva difficoltà di inoculazione.
Allego anche quest’immagine relativa alle Vipere italiane:
Grazie Mauro,
Ricevere complimenti è sempre gratificante. Riceverli da un esperto è esaltante.
Ho accolto con gran piacere anche le correzioni e le ho effettuate … sperando di non aver aggiunto altri errori.
Quando avevo poco meno di 10 anni e per alcuni anni successivi in primavera andavo a catturare le bisce vive per poi venderle a un siciliano che abitava a Iglesias e veniva ogni domenica mattina per comprarle, diceva che le usava per creare medicine per calli
Arnaldo, mi hai fatto ricordare di un pescatore, all’alba, sulla spiaggia di Bovalino (RC) che mi raccontava che nelle notti di pioggia le vipere venivano in quella spiaggia per accoppiarsi sul bagnasciuga con le murene che uscivano apposta dal mare.
Ed io per non far polemiche fingevo di credergli, però gli chiesi cosa nasceva da quegli accoppiamenti. Evidentemente non aveva previsto la domanda perché non seppe rispondere niente di sensato ma io finsi di capire e accettare i suoi farfugliamenti . E siccome lo gratificavo con la mia “credulità” mi confidò altri due segreti:
Che per curare efficacemente il mal di testa basta mettere le polvere di cavalluccio marino essiccata nel cappello e indossarlo finché non si guariva.
E che per render saporita la zuppa di pesce basta cuocerla mentendoci dentro una pietra raccolta dal fondale marino, anche solo quella – senza pesci.
Non glielo dissi, ma mi venne da pensare che forse la magia era nel cappello e non nella polvere di ippocampo 😃 . Magari il suo copricapo aveva poteri taumaturgici indipendenti da qualsiasi polvere gli si mettesse dentro.
E per quanto riguarda la zuppa di pietra marina, ero contento che trattandosi di una conoscenza occasionale, il buon pescatore non mi avrebbe mai invitato a mangiare a casa sua. Ma non gli ho detto nemmeno questo.
P.S. le murene vivono fra gli scogli, non si avventurano mai in mare aperto … e a Bovalino c’è mare aperto, non ci sono mai stati scogli.
Tarcisio, io avevo il terrore degli insetti. Dei serpenti meno, anche se hanno cercato in tutti i modi di farmi avere paura. Ho scoperto presto che di solito si incontrano piuttosto bisce. Poi avevo familiarità con le anguille del fiume vicino casa di nonna, e siamo lì😃
e pensare che in Sardegna abbiamo paura di una povera biscia, visto che di vipera non ce ne sono
Hai scritto un trattato illuminante sulle coglionerie che girano intorno alle vipere … mia madre non sarebbe stata d’accordo con te, era capace di saltare sulla sedia vedendo un serpente in televisione … io (da piccolo, intorno ai 10 anni) ho avuto tre o quattro incontri ravvicinati con vipere al paese in Basilicata … la curiosità ha superato sempre la pura inculcatami da mia madre e sono sempre rimasto ad osservare da vicino queste “bestie tremende” che dopo un po’ si sono sempre defilate ed hanno continuato per i fatti loro lasciandomi a bocca aperta nel mio desiderio precoce di scienza e conoscenza … invece un mio cugino di due-tre anni, durante una riunione di famiglia sotto un pergolato, stava giocando esternando gridolini e divertimento … solo dopo un po’ ci siamo accorti che stava cercando di tirare fuori da un muretto a secco un serpente tirandolo per la coda … non abbiamo mai capito il genere e la specie del malcapitato rettile … anche perché dopo il nostro intervento mio cugino ha perso la presa ed il malcapitato serpente è potuto strisciare dentro il muretto … 🐍😆😳😉😁
Tarcisio, anch’io in gioventù ho fatto come tuo cugino, ma avevo una decina di anni o più rispetto a lui. E nel momento in cui mi sono reso conto che stavo tirando la coda di un serpente (nero) ho imparato due cose:
La seconda era che la pelle dei serpenti è come il cuoio e non è viscida e umida come quelle delle rane.
La prima era che ero un incosciente perché, per quanto ne sapevo allora, il serpente sarebbe potuto uscire e uccidermi all’istante mordendomi con il più micidiale dei veleni esistenti.
Anch’io ho dovuto mollare la presa e il serpente se l’è cavata con un grosso spavento e la coda dolorante.
Anni dopo ho imparato che si trattava di un innocuo biacco nero. Ancora qualche anno ed ho scoperto che anche se non sono velenosi, i biacchi mordono.
Nota:
Tarcisio è il Dr. Tarcisio Niglio che potete ammirare nei video dell’articolo Covid-19 e vaccini
Interessantissimo il tuo articolo sui serpenti. E voglio conoscere quel signore, Saverio, che dava acqua e formaggio al serpente , così gli racconto che ho allevato per un anno e mezzo una lumaca invalida:
Chiocciola che si era rotta il guscio. Gli ho dato un osso di seppia..insalata e acqua e piano piano.il guscio si è riformato. Era bruttarella, ma ogni scarrafone, si sa…